Lavoriamo in un mondo VUCA e dobbiamo farci i conti.

Non possiamo non considerarlo, come imprenditori, ed anche come manager, non possiamo non renderci conto che il mondo del lavoro come lo abbiamo conosciuto anni fa non esiste più. Non possiamo non renderci conto delle  evoluzioni e delle rivoluzioni che stanno avvenendo.

Questo cambiamento è così profondo da rendere obsolescenti e completamente inadatti i modelli classici di business e di leadership e rendere sempre più difficile conseguire un vantaggio competitivo, sostenibile nel tempo. Lo abbiamo visto anche durante la pandemia: il posto di lavoro, l’ufficio, le relazioni interpersonali, le relazioni gerarchiche, il conseguimento o meno dei risultati stravolti in pochissimi giorni. Con conseguenze importanti a livello di adattamento personale e professionale, ad oggi veramente poco indagate.

Il mondo del lavoro oggi è diverso da quello anche solo di pochi anni fa. Oggi il mondo del lavoro è VUCA.

L’acronimo sta per

  • Volatilità  – Volatility

  • Incertezza – Uncertainty

  •  Complessità – Complexity

  • Ambiguità – Ambiguity

Ciò significa che la natura, la velocità e l’ampiezza del cambiamento è turbolenta (Volatile), non è prevedibile (Incerta), con cause non sempre chiare ed estremamente concatenate e dinamiche (Complessa), senza possibilità di concettualizzare con precisione le minacce prima  che diventino tali (Ambigua).

Molte aziende non sembrano pronti ad affrontare un contesto competitivo sempre più vuca, o anche solo sviluppare una nuova cultura aziendale principalmente basata su due driver: l’imprenditorialità aziendale, ed un nuovo modello di leadership, soprattutto perché, a nostro avviso, molti imprenditori e la maggior parte dei manager apicali sono sempre più coinvolti nel business operativo, e sempre meno dediti alla pianificazione strategica e quindi incapaci di adeguare in tempi brevi la propria struttura.

E questa incapacità di pianificazione strategica è proprio l’origine dell’adeguatezza di molte strutture aziendali, incapaci di fronteggiare i cambiamenti repentini e drastici di questi tempi “nuovi”.

La pianificazione strategica, ovvero la ricerca costante di un vantaggio competitivo sostenibile nel tempo, porta le aziende a sperimentare e sviluppare nuovi modelli di management e di leadership capaci di liberare energia, imprenditorialità ed il massimo potenziale delle persone sulle quali le aziende poggiano.

Ma se l’imprenditore deve lavorare in produzione, o deve andare a vendere, o deve fare i preventivi o disegnare soluzione progettuale, chi lo farà al suo posto?

Nessuno. Mentre altri possono lavorare in produzione,  andare a vendere, fare i preventivi o disegnare soluzioni, nessuno tranne l’imprenditore può lavorare alla strategia della sua impresa.

Ed infatti sempre più imprese se non chiudono, agonizzano attribuendo la responsabilità a fattori esogeni. Che invece molto spesso sono possibilità incredibili, e non disgrazie.

Le imprese non chiudono peri lockdown, o per la crisi dei mercati, o per i prodotti cinesi.

Le imprese chiudono perchè non reagiscono in tempo ai (normali) cambiamenti, che ora sono più veloci, complessi, frequenti e ampi.

Cosa dovrebbe fare quindi un imprenditore in difficoltà? Semplice, ma non facile: deve lavorare a gestire, anzi cavalcare il cambiamento.

  1. Analizzando i propri dati aziendali, studiandone l’evoluzione negli ultimi 3-5 anni
  2. Adeguare la struttura organizzativa (è possibile: che non si possa fare è una scusa che ci si racconta per non farlo)
  3. Imparare a costruire processi e procedure, per semplificare la catena di controllo e verifica
  4. Circondarsi di belle persone, cioè persone positive, auto-motivate e quindi produttive e capaci di delega (In e Out)
  5. Dedicarsi in prima persona alla crescita ed allo sviluppo del business (attraverso le persone) tramite lo svecchiamento del core business, la generazione di sinergie, la generazione di energia positiva

Solo così è possibile anticipare i trend, mettere al riparo l’impresa dalle minacce future, costruire la crescita.

Certo, è un lavoro. Anzi, è il lavoro dell’imprenditore, semplice(perchè c’è un modo, ci sono strade e  si sagome  farlo)  ma non facile, perchè richiede una crescita emotiva e culturale. Che parte sempre da riconoscersi una responsabilità ultima: se non io, chi?

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